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Ho rotto le scatole

Io e le beauty box abbiamo un rapporto di lunga data. Appena arrivate in Italia le ho molto amate, divertendomici assai. Poi sono nate esigenze diverse e le nostre strade si sono separate, senza rancore.  


Quest'estate ho avuto un guizzo di nostalgia. E' iniziato tutto con la MyBeautyBox di settembre, presa perché conteneva la maschera bomba di Lace Beauty, la Ilmatar. Poi, grazie alle sponsorizzate ben guidate, ho preso anche l'Abiby

Avevo voglia di leggerezza e gioco per il rientro, non contavo assolutamente di proseguire con nessuna delle due. 

Ma quelli di Abiby non mollano facilmente. Mi hanno offerto un piccolo regalo per tornare, ho detto di no. Hanno rilanciato con uno sconticino e un regalino, ho detto no. 

Quando hanno calato l'asso di un sostanzioso sconto (meno 35%) e per sempre, ecco, ho ceduto. Per poi disdire all'arrivo della nuova box. Era brutta, scadente? No. Ma l'accumulo era già diventato eccessivo.  

Perché sì, le box sono un modo piacevolissimo di scoprire nuovi brand, solitamente anche con un ottimo risparmio, con quell'elemento di sorpresa/coccola delizioso. Ma in di due mesi io mi sono ritrovata con troppi prodotti in attesa di essere consumati. 

Ci ho messo anni per smaltire l'accumulo compulsivo, non voglio sentirmi di nuovo assediata dai cosmetici.

E quindi, hanno senso le beauty box? Dipende. 

Se le prendi credendo di poter azzerare il resto dei tuoi acquisti cosmetici, no. Non ti arriverà mai esattamente quello che ti serve/desideri, dovrai sempre comprare qualcosa. Se invece ami curiosare, avere un'ampia riserva a cui attingere con una parte ludica importante, possono essere, soprattutto trovando l'offerta giusta, un bel modo di vivere una passione. 

Io, nel frattempo, ho disdetto tutto. Forse, se ci fosse il modo di avere una box ogni tre/quattro mesi, forse proverei di nuovo. Ma oggi mi è nuovamente chiaro perché la nostra storia era finita. 

In fondo, non tutte le seconde possibilità possono essere belle come J Lo e Ben Affleck che tornano assieme.   


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Bling ring

La mia sfrenata passione per i glitter e tutto ciò che sbrilluccica non  è cambiata*.



Non potevo quindi accogliere che favorevolmente il prepotente ritorno dell'illuminante nel mondo della cosmesi. L'ho inserito nella mia routine e lo uso- non sempre- con  misura: in parte per il mio amour fou e in parte perché tra mascherina e fall out nel corso della giornata lo splendore iniziale si opacizza. 

L'illuminante che sto usando e di cui parliamo oggi è il Pixi Head to Toe. Un tripudio di sbrilluccichio, senza falsi pudori


Chiaramente, ora che arrivo a parlarne qui, è irreperibile sul sito. Ma c'è qualcosa di molto simile per cui mi pare comunque minimamente interessante per voi 7 e 1/2 -c'è sempre una che non arriva alla fine del post, lo so- che leggete. 

Pianamente: mi piace (e meno male, la confezione è gigantesca). 

Fa tutto quello che dovrebbe fare: illumina, con un bellissimo gioco di riflessi, dura a lungo ed è adatto a tutto il corpo. L'ho usato per la scollatura o sulle spalle ed ho sempre trovato l'effetto gradevole. Certo, se vi viene in mente di usarlo sulle gambe, ricordate che potreste lasciare scie luccicanti. Ma, salvo sedervi su un divano bianco, mi fa sorridere anche l'idea di lasciare il segno. 

(sostituire i corn flakes con l'illuminante, prego) 



Ultimo ma non ultimo, è il primo prodotto Pixi non skincare che abbia mai usato: bello scoprire che sono bravi in più di una cosa e che c'è più di una loro referenza da amare. 

Lo ricomprerei: sì

Lo consiglierei: sì

Lo regalerei: sì 
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Lo stato delle cose


Compro pochissimo makeup e poca skincare, leggo sempre tanto, guardo zero tv e i gatti sono due- ma saranno sempre 4 (no, non è un refuso).  

I capelli sono biondi d'estate, viola d'inverno. Sempre ricci ma adesso faccio le trecce. 

I tacchi sono alti o inesistenti, le gonne svolazzanti, continuo a correre ma i pesi hanno il loro fascino e chi me lo doveva dire che avrei amato la ghisa. 

Per la prima volta dopo 10 anni e passa nelle foto mi piaccio, vediamo se dura più di un paio di mesi.   

I viaggi mi mancano come l'aria. Voglio andare a ballare e sudare addosso agli sconosciuti senza paura, e no, non sarà domani. 

Ho smesso di bere vini bianchi "piacioni" e mi sono innamorata dei rossi strutturati e complessi ma continuo a non sentire nessuno dei vostri bouquet sottobosco. Sì, l'analogia è evidente e banale ma così è.    

Il Negroni resta il cocktail più buono del mondo. E fumare un sigaro davanti al mare un piacere nuovo, tutto mio.


I tatuaggi sono 8, e non sono tutti. I progetti sono 1.000, e ne mancano ancora.  

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Phileas Fogg, portami con te

Certe volte, dal nulla e per percorsi mentali che mi restano oscuri, i libri mi chiamano a gran voce. All'improvviso, senza connessioni o motivi apparenti, mi viene voglia di leggere un determinato libro. Non capita spesso, ma quando succede so che devo seguire l'istinto.  

E' stato così con "Il giro del mondo in 80 giorni", che non ha certo bisogno di mie presentazioni. 



Stranamente, non avevo mai letto Verne. Non so spiegarmi come mai, ancor meno ora che l'ho fatto, perchè l'ho trovato strepitoso.

Oggi non mi capacito che sia stato soppiantato da Geronimo Stilton e trovo francamente inaccettabile che non ci siano decine di meravigliose edizioni illustrate e pop-up dei libri di Verne.

Questo romanzo è una perfetta lettura d'evasione. Ovviamente è pieno di avventure ed eventi immaginifici e mirabolanti ma ha anche un sottile umorismo e un'ironia modernissima che lo rendono piacevole in ogni momento. 


(dai, come si fa a non sorridere a questa foto, anche tolta dal suo contesto è perfetta) 


Ho amato molto questa storia, che è pura delizia. Magari anche per il periodo che viviamo, ma io ho sentito lungo tutte le pagine del libro una continua sensazione di scoperta e di compassata, sobria, borghese meraviglia. 

Un fascino e stupore senza sosta attraverso mille mondi diversi. Mi ha regalato quella gioia pura delle letture infantili, del potenziale infinito e del viaggio in poltrona.


  
C'è tutto il senso della bellezza e della potenza del raccontare storie, in Verne.  
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